
Hammarby Sjöstad: testare il metabolismo urbano alla scala distrettuale
La qualità di un ecoquartiere dipende anche dalla capacità di dichiarare le proprie dipendenze, misurare gli scarti e correggere ciò che non funziona.
Hammarby Sjöstad: Testing Urban Metabolism at the District Scale
The quality of an eco-district also depends on its capacity to acknowledge its dependencies, measure its waste, and recalibrate what fails to work.
Caso/Case: Hammarby Sjöstad, Stoccolma/Stockholm
Scala/Scale: distretto/district
Orizzonte progettuale/Strategic Vision: integrare energia, acqua e rifiuti in un metabolismo circolare/Integrating energy, water, and waste into a circular metabolism
Domanda/The Issue: che cosa resta del modello quando viene confrontato con i flussi e le prestazioni effettive?/What remains of the model when confronted with actual flows and real-time performance?
Questo articolo sviluppa la cornice teorica delineata in “Il territorio come sistema vivente: metabolismo urbano, relazioni e trasformazioni“. Leggi l’analisi completa qui.
This article expands on the theoretical framework outlined in “The territory as a living system: urban metabolism, relations, and transformations“. Read the full analysis here.
English version below
ITA
Il diagramma dell’Hammarby Model ha contribuito alla notorietà internazionale del quartiere quasi quanto la sua architettura. Acqua, energia e rifiuti vi compaiono come parti di un unico circuito: il calore delle acque reflue viene recuperato, i fanghi della depurazione contribuiscono alla produzione di biogas, i rifiuti residui alimentano il teleriscaldamento e le acque meteoriche seguono percorsi distinti da quelle domestiche. La forza del diagramma sta nella sua chiarezza. Rende comprensibili relazioni che la città ordinaria tende a distribuire tra aziende, uffici e competenze differenti. Può però suggerire una circolarità più compiuta di quella effettivamente raggiunta. Il modello descrive la logica del sistema, ma non dimostra che tutti i cicli siano chiusi, né che il quartiere possa funzionare indipendentemente dal territorio circostante.
Hammarby Sjöstad nasce dalla trasformazione di un’area industriale e portuale nel sud di Stoccolma. Il programma ambientale del 1996 stabiliva obiettivi su energia, mobilità, acqua, rifiuti, materiali e bonifica dei terreni. Nel 2008 la città incaricò il KTH (Kungliga Tekniska Högskolan) di valutarne risultati e limiti, con l’obiettivo di trasferire le lezioni apprese ai nuovi quartieri urbani [1]. L’innovazione più rilevante non consisteva in una tecnologia isolata, ma nel coordinamento tra pianificazione urbana, sistema energetico, gestione idrica e rifiuti. Le reti tecniche entrarono così nella costruzione del progetto invece di essere aggiunte successivamente. Il quartiere dimostrò che una trasformazione ambientale significativa può derivare dall’organizzazione congiunta di tecnologie già disponibili, senza dipendere dall’accumulo di dispositivi sperimentali. Questa integrazione produsse risultati reali, ma non rese Hammarby autosufficiente. Secondo la ricerca sui suoi flussi energetici, il sistema copriva circa il 24% del raffrescamento distrettuale, il 22% del calore e il 5% dell’elettricità utilizzati nel quartiere. Il recupero di materia ed energia riduceva quindi alcuni prelievi e dispersioni, mentre la maggior parte del fabbisogno continuava a dipendere da reti più ampie [2]. Il dato più utile non è la distanza dall’autosufficienza, ma il problema del confine. Gli impianti di depurazione e teleriscaldamento servono la città metropolitana; acque reflue, rifiuti e flussi energetici oltrepassano il perimetro del quartiere. Materiali da costruzione, beni di consumo, alimentazione e viaggi restano in larga parte fuori dal diagramma.
Ogni modello metabolico (sistema che valuta il metabolismo urbano/territoriale) decide quali entrate seguire, quali uscite misurare e dove interrompere la catena degli impatti. Questa selezione è inevitabile, ma deve essere esplicita. Hammarby appare più circolare quando le dipendenze esterne scompaiono dalla rappresentazione. Resta, comunque, utile se il diagramma viene letto come uno strumento parziale, non come la descrizione completa del sistema. Anche le prestazioni degli edifici mostrarono uno scarto tra programma e risultati. L’obiettivo iniziale fissava il consumo complessivo di energia fornita a 60 kWh per metro quadrato all’anno, ma non fu raggiunto in modo generalizzato. Grandi superfici vetrate, qualità architettonica, comfort, attrattività immobiliare e costi di costruzione entrarono in tensione con le prestazioni ambientali previste [2].
Questo conflitto rende il caso più interessante di un semplice modello da replicare. L’ecoquartiere non nasce dall’applicazione lineare di un principio ecologico: è il risultato di negoziazioni tra obiettivi differenti, alcuni dei quali possono ostacolarsi a vicenda.
Il ruolo degli abitanti introduce un secondo attrito. L’impostazione originaria cercava di evitare che la sostenibilità dipendesse interamente da comportamenti eccezionalmente virtuosi. Eppure consumi domestici, mobilità e gestione degli ambienti continuavano a incidere sui risultati. La ricerca sul quartiere conclude che ulteriori riduzioni avrebbero richiesto sia nuovi apporti rinnovabili sia una diminuzione dei consumi da parte di residenti, attività e amministrazione [2]. Gli utenti non possono quindi comparire nel modello soltanto quando le prestazioni risultano inferiori alle attese. Abitudini, possibilità economiche e concezioni del comfort devono entrare nelle ipotesi iniziali. Quando gli usi contraddicono le previsioni, la risposta non può limitarsi a educare gli abitanti: occorre verificare quali parti del sistema debbano essere corrette.
La valutazione del KTH ha individuato una debolezza analoga nel monitoraggio. Non tutti gli obiettivi disponevano di indicatori chiari, alcune responsabilità erano poco definite e l’Environmental Load Profile utilizzava soprattutto valori teorici elaborati in fase di progetto. Il quartiere che aveva reso visibile il metabolismo urbano attraverso un diagramma efficace non riusciva quindi a verificare con la stessa precisione tutte le relazioni rappresentate [2]. Perché il monitoraggio produca conseguenze servono dati continui, soggetti responsabili, soglie di intervento e risorse per modificare il sistema. In assenza di questa struttura, la misurazione descrive lo scarto ma non lo trasforma in una decisione.
La fase più recente di Hammarby mostra un tentativo di colmare questa distanza. Nel settembre 2023 è stata costituita la Hammarby Sjöstad Energy Community, inizialmente formata da dieci associazioni abitative e oltre mille appartamenti. Il programma lavora su riduzione dei consumi e dei picchi, produzione rinnovabile, condivisione e accumulo dell’elettricità, acquisti comuni e mercati della flessibilità [3]. L’iniziativa sposta l’attenzione dal nuovo quartiere al patrimonio esistente. La sostenibilità non viene più trattata come una qualità acquisita al termine della costruzione, ma come una capacità organizzativa da mantenere. Anche la standardizzazione dei dati e l’interoperabilità tra sistemi sono diventate questioni centrali, perché edifici con automazioni incompatibili rendono più difficile confrontare consumi e sviluppare servizi comuni [3].
Da Hammarby non conviene copiare un’immagine urbana o un catalogo di tecnologie. La lezione trasferibile riguarda il processo: introdurre gli obiettivi ambientali prima che le scelte principali siano consolidate, coordinare infrastrutture e attori, rendere misurabili le prestazioni, dichiarare i confini della valutazione e mantenere una struttura capace di intervenire dopo la costruzione. Hammarby Sjöstad non dimostra che sia possibile chiudere perfettamente il metabolismo di un quartiere. Mostra quanto lavoro tecnico, istituzionale e sociale sia necessario per rendere alcuni flussi più circolari e quanto facilmente il modello possa apparire più coerente del suo funzionamento.La sua importanza non dipende dall’aver eliminato le dipendenze o raggiunto ogni obiettivo. Dipende dall’aver costruito un livello di integrazione che permette di osservare gli scarti e, almeno in parte, di rimetterli in progetto.
ENG
The diagram of the Hammarby Model has contributed to the district’s international renown almost as much as its architecture. Water, energy, and waste appear as integrated parts of a single closed loop: heat is recovered from wastewater, sewage sludge contributes to biogas production, residual waste powers district heating, and stormwater follows paths separate from domestic sewage. The strength of the diagram lies in its clarity. It makes legible a set of relationships that the ordinary city usually scatters across different companies, departments, and jurisdictions. However, it can also suggest a degree of circularity far more complete than the one actually achieved. The model describes the logic of the system, but it does not prove that all cycles are closed, nor that the district can function independently of its surrounding territory.
Hammarby Sjöstad originated from the transformation of an industrial and port area in southern Stockholm. The 1996 Environmental Programme set ambitious targets for energy, mobility, water, waste, materials, and soil remediation. In 2008, the City commissioned KTH (Kungliga Tekniska Högskolan) to evaluate its outcomes and limitations, with the aim of transferring lessons learned to new urban developments [1]. The most significant innovation was not a single standalone technology, but the coordination among urban planning, energy systems, water management, and waste infrastructure. Technical networks were thus embedded into the design process from the outset rather than added as an afterthought. The district demonstrated that a meaningful environmental transformation can stem from the joint organization of existing technologies, without relying on an accumulation of experimental devices. This integration yielded tangible results, yet it did not render Hammarby self-sufficient. According to research on its energy flows, the system covered approximately 24% of district cooling, 22% of heat, and 5% of the electricity used in the neighborhood. Material and energy recovery reduced certain extractions and losses, but the vast majority of demand continued to rely on wider regional networks [2]. The most insightful takeaway here is not the distance from self-sufficiency, but the question of boundary. The wastewater treatment and district heating plants serve the entire metropolitan area; wastewater, waste, and energy flows extend far beyond the district’s perimeter. Construction materials, consumer goods, food, and travel remain largely outside the diagram.
Every metabolic model (a system designed to evaluate urban/territorial metabolism) decides which inputs to track, which outputs to measure, and where to draw the line on cascading impacts. This selection is unavoidable, but it must be explicit. Hammarby appears more circular precisely when its external dependencies disappear from the representation. Nevertheless, the diagram remains a useful tool if read as a partial framing rather than a complete description of the system. Building performance also revealed a gap between targets and outcomes. The initial objective set total supplied energy consumption at 60 kWh per square meter per year, a target that was not met across the board. Large glazed surfaces, architectural ambitions, indoor comfort, real estate appeal, and construction costs came into direct tension with the intended environmental performance [2]. This conflict makes the case far more compelling than a simple model to replicate. The eco-district does not emerge from the linear application of an ecological principle: it is the result of negotiations between competing goals that can often work against one another.
The role of residents introduces a second point of friction. The original design aimed to prevent sustainability from depending entirely on exceptionally virtuous behavior. Yet domestic consumption, mobility habits, and daily space management continued to drive results. Research on the district concluded that further reductions would require both new renewable inputs and a genuine decrease in consumption by residents, businesses, and public administration [2]. Users cannot merely enter the model when performance falls short of expectations. Daily habits, economic means, and ideas of comfort must be built into the initial assumptions. When actual usage contradicts forecasts, the response cannot simply be to educate residents: one must evaluate which parts of the physical and operational system need recalibration.
The KTH evaluation identified a similar weakness in monitoring. Not all objectives had clear indicators, several responsibilities remained vaguely defined, and the Environmental Load Profile relied heavily on theoretical values calculated during the design phase. Thus, the very district that had made urban metabolism visible through an effective diagram struggled to verify all represented relationships with equal precision [2]. For monitoring to drive real consequences, it requires continuous data, accountable actors, clear intervention thresholds, and dedicated resources to adapt the system. Without this operational structure, measurement merely describes the gap without translating it into actionable decisions.
The most recent phase of Hammarby reflects an attempt to bridge this distance. In September 2023, the Hammarby Sjöstad Energy Community was established, initially comprising ten housing associations and over a thousand apartments. The program focuses on reducing energy consumption and peak loads, expanding renewable generation, enabling electricity sharing and storage, organizing joint purchasing, and tapping into flexibility markets [3]. This initiative shifts the focus from the new district to the existing building stock. Sustainability is no longer treated as a static quality secured upon completion, but as an organizational capability that must be continually maintained. Data standardization and system interoperability have likewise become central issues, as buildings with incompatible automation systems make it far harder to benchmark energy use and deploy shared services [3].
What is worth taking from Hammarby is not a pre-packaged urban image or a catalog of technologies. The transferable lesson lies in the process: introducing environmental goals before major decisions solidify, coordinating infrastructure with stakeholders, making performance measurable, declaring the boundaries of evaluation, and maintaining an adaptive framework capable of intervening long after construction ends. Hammarby Sjöstad does not prove that a district’s metabolism can be perfectly closed. It shows how much technical, institutional, and social labor is required to make specific flows more circular and how easily a model can appear far more seamless than its actual operation. Its importance does not depend on having eliminated dependencies or achieved every target. It depends on having built a level of integration that allows us to observe the gaps and, at least in part, turn them back into design.
References
[1] Hammarby Sjöstad – evaluation of the environmental profile of an new urban district in Stockholm, Kungliga Tekniska Högskolan, HammHammarby Sjöstad – evaluation of the environmental profile of an new urban district in Stockholm | KTHarby Sjöstad – evaluation of the environmental profile of an new urban district in Stockholm | KTH
[2]Industrial ecology for sustainable urban development – the case of Hammarby Sjöstad, SOFIE PANDIS IVEROTH, ndustrial Ecology Department of Sustainable development, environmental science and engineering, School of Architecture and Built Environment, Kungliga Tekniska Högskolan, Stockholm, Sweden, 2014 Microsoft Word – Slutgiltig kappa juni 2014.doc
[3] Microgrid in Hammarby Sjöstad With the potential to change the energy landscape in Sweden., Electricity, Microgrid in Hammarby Sjöstad – Electricity

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