Comunità energetiche rinnovabili: reti tecniche o reti sociali?

La vera innovazione delle CER non è soltanto condividere energia, ma rendere visibili e governabili i tempi, le asimmetrie e le interdipendenze energetiche di un territorio.

Renewable Energy Communities: Technical Networks or Social Networks?

The true innovation of RECs lies not merely in sharing energy, but in making visible and governable the temporal rhythms, asymmetries, and energy interdependencies of a territory.

Framework

Il Journal è strutturato in dossier tematici che analizzano una stessa questione attraverso quattro prospettive: territoriale, museale, energetica e multidisciplinare. Questo articolo fa parte del dossier Pubblico e comunità e ne sviluppa la prospettiva energetica.

The Journal is structured into thematic dossiers that examine a given issue through four distinct lenses: territorial, curatorial, energy-related, and multidisciplinary. This article is part of the Publics and Communities dossier, expanding on its energy perspective.

English version below

ITA

La bolletta racconta l’energia come un fatto privato. Un edificio consuma, un utente paga, un contratto regola il rapporto tra chi fornisce energia e chi la utilizza. Il costo, il risparmio e la possibilità di intervenire sembrano appartenere esclusivamente al singolo soggetto. Eppure l’energia non è mai davvero individuale. Dipende da reti, edifici, condizioni climatiche, superfici disponibili e forme dell’abitare e del lavoro. Dipende dalla coincidenza tra i momenti in cui viene prodotta e quelli in cui viene richiesta. Dipende da chi possiede un tetto adatto, da chi vive in affitto, da chi può investire e da chi può soltanto consumare. Dipende anche dalla possibilità, distribuita in modo diseguale, di comprendere i dati, partecipare alle decisioni e modificare alcune abitudini. Una comunità energetica rinnovabile non crea dal nulla questa interdipendenza. Rende visibile una struttura che la bolletta individuale tende a nascondere. Chiedersi se le CER siano reti tecniche o reti sociali è, quindi, utile, ma insufficiente. Sono configurazioni tecniche, perché richiedono impianti, punti di connessione, misure, regole e criteri di valorizzazione dell’energia. Sono organizzazioni sociali, perché comportano forme di partecipazione, governance e distribuzione dei benefici. Ma sono anche reti di tempi.

Nel modello italiano, l’energia elettrica condivisa viene calcolata virtualmente, in ciascuna ora, come il valore minimo tra l’energia complessivamente immessa e quella complessivamente prelevata nell’ambito della configurazione. Non descrive il trasferimento fisico diretto dell’elettricità da un membro a un altro, ma la coincidenza, misurata attraverso la rete pubblica, tra produzione e consumo. ([GSE][1]) Il tempo, quindi, non è una metafora applicata dall’esterno. È già incorporato nel criterio attraverso cui la condivisione viene quantificata.

Due configurazioni con quantità annuali simili di produzione e consumo possono ottenere risultati differenti se i rispettivi profili orari coincidono in modo diverso. Non conta soltanto quanta energia viene prodotta e richiesta. Conta quando questo avviene. Un impianto fotovoltaico concentra la produzione nelle ore di luce. Una scuola tende ad avere una domanda prevalentemente diurna. Un’abitazione può presentare picchi più marcati al mattino e alla sera. Un’attività produttiva può avere carichi relativamente continui oppure legati a specifici cicli di lavorazione. Musei, biblioteche, impianti sportivi e uffici possiedono ulteriori combinazioni di orari, stagionalità e intensità d’uso. La CER mette in relazione questi ritmi.

Possiamo definire tempo energetico del territorio la configurazione temporale attraverso cui edifici, attività e soggetti producono, consumano, accumulano o richiedono energia nel corso della giornata e delle stagioni. Questo tempo può essere letto attraverso almeno quattro dimensioni: la coincidenza tra produzione e domanda, la complementarità tra funzioni diverse, la rigidità o flessibilità dei carichi e la capacità diseguale dei soggetti di modificare i propri consumi. È visibile nelle curve di carico, nei picchi, nei vuoti e nei margini di adattamento. Ma quei dati non descrivono soltanto un sistema elettrico. Offrono anche una traccia dei tempi attraverso cui un territorio abita, lavora, studia, produce e utilizza i propri spazi. Il chilowattora condiviso non è, quindi, soltanto una quantità. È l’esito misurabile di una coincidenza temporale tra usi differenti dello stesso territorio. Questa prospettiva modifica il modo di progettare una comunità energetica. Non basta sommare superfici disponibili, potenza installabile e consumi annuali. Occorre osservare quando l’energia viene prodotta e richiesta, quali utenze presentano profili complementari, quali limiti introduce la rete, quali carichi possono essere gestiti e quali rispondono invece a necessità poco comprimibili.

Accumulo, previsione e gestione della domanda possono aumentare la coincidenza tra produzione e consumo. L’aggregazione di carichi diversi può, inoltre, contribuire alla riduzione dei picchi e, in determinate condizioni tecniche e regolatorie, offrire servizi di flessibilità. Non sono, però, risultati automatici della semplice costituzione di una CER. Dipendono dalla configurazione degli impianti, dai sistemi di controllo, dalla qualità dei dati, dalle capacità gestionali e dal quadro regolatorio.

Anche la flessibilità non è una proprietà astratta del carico. È una capacità distribuita in modo diseguale tra attività, edifici e condizioni di vita. Un sistema può considerare modificabile l’orario di un consumo, mentre per chi lo utilizza quello stesso consumo è legato a esigenze di lavoro, salute, cura o presenza domestica. Alcuni soggetti possono programmare la ricarica di un veicolo, attivare un accumulo o spostare l’uso di determinati apparecchi. Altri possiedono margini molto ridotti. La comunità non elimina queste differenze. Le espone.

Le asimmetrie che attraversano una CER possono essere almeno di quattro tipi.

La prima è patrimoniale. Non tutti possiedono coperture, terreni, immobili o capitale da investire. Alcuni membri possono mettere a disposizione impianti e superfici; altri partecipano esclusivamente come consumatori. Questa differenza può influenzare la distribuzione dei benefici e il peso assunto nelle decisioni. La seconda è temporale. Partecipare a riunioni, comprendere documenti, seguire procedure e verificare le scelte richiede tempo. Chi dispone di maggiore flessibilità organizzativa può incidere più facilmente rispetto a chi svolge lavori precari, attività di cura o occupazioni con orari rigidi. La terza è tecnica e informativa. Dati energetici, regole di valorizzazione, configurazioni contrattuali e sistemi di ripartizione non sono immediatamente accessibili a tutti. Chi possiede competenze professionali o può acquistare assistenza specialistica dispone di una capacità superiore di interpretare le alternative. La quarta è decisionale. Non tutti i membri hanno necessariamente lo stesso potere nel definire le priorità, scegliere gli investimenti, modificare i criteri di distribuzione o contestare una decisione.

La parola “comunità” rischia di pacificare anticipatamente ciò che rimane attraversato da interessi, risorse e capacità differenti. Una CER non mette in relazione soltanto profili di produzione e consumo. Mette in relazione soggetti che non dispongono degli stessi strumenti per stabilire come quei profili debbano essere interpretati.

Chi decide quali consumi siano flessibili? Chi sceglie i criteri di ripartizione dei benefici economici? Chi controlla i dati e possiede le competenze necessarie a leggerli? Chi può proporre una modifica? Chi rappresenta i membri meno attrezzati?

La tecnica rende misurabili i flussi. La governance decide come tradurli in responsabilità, benefici e potere decisionale.

Un contatore può registrare energia immessa, prelevata e condivisa. Non può stabilire se le informazioni siano comprensibili, se i vantaggi siano distribuiti in modo equo o se la complessità amministrativa favorisca soprattutto chi possedeva già capitale, proprietà e competenze. Una governance inclusiva non richiede, però, a tutti lo stesso livello di partecipazione.

La retorica della comunità attiva può produrre una nuova forma di esclusione quando presume che ogni membro abbia tempo, interesse e sicurezza sufficienti per intervenire continuamente. Una CER deve permettere intensità differenti di coinvolgimento: partecipazione diretta, delega, rappresentanza, accesso semplificato alle informazioni e possibilità effettive di incidere nei momenti decisivi. Non tutti devono diventare esperti di sistemi energetici. Devono però poter comprendere quali decisioni li riguardano, a chi affidano la rappresentanza e attraverso quali procedure possono contestarne l’operato. La giustizia di una CER non dipende, quindi, soltanto dalla quantità di risorse redistribuite. Dipende anche dal modo in cui riconosce le diverse possibilità di partecipare, investire, comprendere e adattare i propri consumi. Questo diventa particolarmente evidente nel rapporto con la povertà energetica.

Uno studio pubblicato nel 2024, basato su un questionario compilato nel 2023 da 196 comunità energetiche olandesi, ha rilevato che il 52% dichiarava di affrontare il problema, soprattutto attraverso consulenza, sostegno finanziario e piccoli interventi di efficienza. Tra gli ostacoli principali emergevano la difficoltà di individuare e raggiungere le famiglie interessate e la scarsità di capacità umane ed economiche. Il risultato mostra un potenziale, non un effetto garantito. ([ScienceDirect][2]) La vicinanza territoriale può facilitare il contatto con situazioni che politiche più distanti faticano a intercettare. Ma una comunità energetica non dispone automaticamente delle competenze sociali, delle risorse economiche e degli strumenti istituzionali necessari per intervenire.

La povertà energetica non viene risolta dal semplice ingresso in una configurazione. Occorre costruire procedure di accesso, forme di accompagnamento e criteri distributivi capaci di raggiungere chi dispone di meno risorse anche quando non possiede un immobile idoneo, capitale da investire o tempo da dedicare alla governance.

Nel quadro europeo, una comunità di energia rinnovabile è definita come un soggetto giuridico fondato sulla partecipazione aperta e volontaria, autonomo e sottoposto al controllo effettivo di membri situati in prossimità dei progetti. Il suo scopo principale è produrre benefici ambientali, economici o sociali per i membri o per il territorio, anziché privilegiare il profitto finanziario. ([Eur-Lex][3]) Questa definizione orienta la finalità della configurazione, ma non garantisce che i benefici vengano prodotti automaticamente né che raggiungano tutti nello stesso modo.

Una CER è, quindi, una possibilità organizzativa da verificare nel tempo.

Può aumentare l’autoconsumo diffuso e produrre benefici economici senza diventare un’istituzione comunitaria particolarmente intensa. Questo non costituisce necessariamente un fallimento. Una configurazione prevalentemente tecnico-economica può essere utile e raggiungere obiettivi circoscritti. Diventa, però, insufficiente quando promette inclusione, redistribuzione e partecipazione senza costruire strumenti capaci di produrle. Può condividere energia senza condividere conoscenza, distribuire incentivi senza ampliare la capacità decisionale e aggregare punti di connessione lasciando intatte le distanze tra i soggetti. La differenza risiede nella corrispondenza tra ciò che una CER dichiara di essere e ciò che la sua governance rende possibile.

Anche gli edifici pubblici possono assumere un ruolo rilevante. Scuole, biblioteche, musei, municipi e impianti sportivi possono combinare superfici disponibili, profili di domanda utili e capacità organizzative. La funzione pubblica, tuttavia, non conferisce automaticamente valore alla configurazione. L’utilità tecnica, la sostenibilità gestionale e il possibile ruolo nella governance devono essere verificati caso per caso. Lo stesso modello assume, inoltre, significati differenti in un quartiere urbano, in un’area produttiva, in un piccolo comune o in un territorio interno. Cambiano densità, proprietà, profili di carico, capacità amministrative, disponibilità di superfici e forme della partecipazione.

La configurazione tecnica può seguire regole comuni. Il progetto territoriale non può essere standardizzato nello stesso modo. La bolletta separa consumi, costi e responsabilità. Una CER può rimetterli in relazione, ma soltanto se i dati energetici vengono letti insieme a edifici, funzioni, tempi, proprietà e capacità reali di partecipazione. In questo senso può contribuire a costruire una forma di cittadinanza energetica: non la semplice proprietà di un impianto, ma la possibilità di comprendere, discutere e incidere sulle decisioni attraverso cui energia, costi e benefici vengono distribuiti.

Una CER non diventa comunità per il solo fatto di condividere virtualmente energia. Diventa un progetto territoriale quando rende leggibili i diversi tempi della produzione e della domanda, riconosce le capacità diseguali dei membri e costruisce regole attraverso cui dati, benefici e responsabilità possano essere discussi e modificati. La tecnica misura la coincidenza dei flussi. La qualità della governance stabilisce chi può comprenderli, chi può incidere sulle decisioni e come il loro valore viene distribuito.

ENG

A utility bill frames energy as a private matter. A building consumes, a user pays, a contract governs the relationship between provider and consumer. Costs, savings, and the ability to take action appear to belong strictly to the individual. Yet energy is never truly individual. It depends on grid infrastructure, buildings, climate conditions, available surface areas, and patterns of living and working. It hinges on the alignment between the moments energy is produced and when it is demanded. It depends on who owns a suitable roof, who rents, who can afford to invest, and who can only consume. It also depends on an unevenly distributed capacity to understand data, participate in decisions, and adapt everyday habits. A renewable energy community (REC) does not create this interdependence out of thin air; it brings to light a structure that individual billing conceals. Asking whether RECs are technical networks or social networks is useful, but ultimately insufficient. They are technical configurations, requiring assets, connection points, metering, rules, and energy valuation criteria. They are social organizations, involving forms of participation, governance, and benefit distribution. But they are also networks of time.

In the Italian model, shared electricity is calculated virtually, hour by hour, as the minimum value between the total energy fed into the grid and the total energy withdrawn within the configuration. It does not reflect a direct, physical transfer of electricity from one member to another, but a time-based alignment (measured via the public grid) between production and consumption. Time, therefore, is not a metaphor applied from the outside. It is baked directly into the metrics that quantify energy sharing.

Two configurations with similar annual production and consumption totals can yield vastly different outcomes if their hourly profiles align differently. What matters is not just how much energy is generated and used, but when. Solar PV concentrates production during daylight hours. A school’s demand is predominantly diurnal. A household often exhibits distinct morning and evening peaks. An industrial facility may maintain continuous loads or operate on specific shift cycles. Museums, libraries, sports facilities, and offices introduce further variations in timing, seasonality, and usage intensity. An REC connects these distinct rhythms.

The territorial energy-time can be defined as the temporal configuration through which local buildings, activities, and stakeholders produce, consume, store, or demand energy throughout the day and across seasons. This dimension of time can be evaluated through at least four lenses: the alignment between supply and demand, the complementarity among diverse land uses, the rigidity or flexibility of loads, and the unequal capacity of actors to shift their consumption habits. It shows up in load curves, peaks, troughs, and room for adaptation. Yet these data points describe more than just an electrical system; they trace how a territory lives, works, studies, produces, and occupies its spaces. A shared kilowatt-hour is not merely a quantity. It is the measurable outcome of a temporal alignment among different activities across the same landscape. This perspective shifts how energy communities are designed. Merely summing available surface areas, installable capacity, and annual consumption is not enough. Designers must analyze when energy is produced and needed, which users offer complementary profiles, where grid constraints lie, which loads can be actively managed, and which respond to non-negotiable needs.

Storage, forecasting, and demand-side management can increase the alignment between generation and load. Furthermore, aggregating diverse loads can help mitigate peak demand and, under specific technical and regulatory conditions, offer grid flexibility services. However, these outcomes do not happen automatically by simply establishing an REC. They depend on system configuration, control mechanisms, data quality, managerial capacity, and the surrounding regulatory framework.

Flexibility is not an abstract property of an energy load either; it is an ability distributed unevenly across businesses, buildings, and living conditions. A system might view a specific consumption time as flexible, while for the end user that consumption is tied to essential needs regarding work, health, caretaking, or domestic presence. Some members can schedule EV charging, deploy battery storage, or shift appliance use; others have little to no maneuvering room. Rather than eliminating these disparities, the community exposes them.

The asymmetries that run through an REC can be of at least four types.

The first is asset-based. Not everyone owns rooftops, land, real estate, or capital to invest. Certain members can make infrastructure and surfaces available, while others participate solely as consumers. This difference can influence the distribution of benefits and the weight assumed in decisions. The second is temporal. Attending meetings, understanding documentation, following procedures, and auditing choices requires time. Those with greater organizational flexibility can exert influence far more easily than individuals working precariously, managing caretaking responsibilities, or bound to rigid work hours. The third is technical and information-based. Energy data, valuation schemes, contractual arrangements, and allocation rules are not immediately accessible to everyone. Those who possess professional expertise or can hire specialized assistance hold a far greater capacity to interpret alternatives. The fourth is decisional. Not all members necessarily hold the same power in setting priorities, choosing investments, modifying distribution criteria, or challenging a decision.

The word “community” risks prematurely smoothing over what remains a field of competing interests, resources, and capabilities. An REC does not merely link production and consumption profiles; it links human actors who possess vastly different tools to decide how those profiles should be interpreted.

Who decides which loads are considered flexible? Who sets the criteria for allocating economic returns? Who controls the data and possesses the literacy to interpret it? Who can propose a structural change? Who advocates for less-equipped members?

Technical systems measure the flows; governance determines how those flows translate into responsibilities, benefits, and decision-making power.

A meter can record energy fed in, withdrawn, and shared. It cannot ensure that information is transparent, that benefits are equitably shared, or that administrative complexity does not simply reward those who already possessed capital, property, and expertise. However, inclusive governance does not demand the exact same level of involvement from every participant.

The rhetoric of the “active community” can generate a new form of exclusion when it assumes every member has the time, interest, and financial security to remain perpetually engaged. An REC must accommodate varying degrees of involvement: direct participation, delegation, representation, streamlined access to information, and meaningful opportunities to weigh in at key decision points. Not everyone needs to become an energy system expert. However, members must be able to understand which decisions affect them, to whom they delegate representation, and through what procedures they can hold decision-makers accountable. Justice within an REC depends not only on the volume of redistributed resources, but also on how well it recognizes varying capacities to participate, invest, comprehend, and adjust energy use. This becomes particularly evident when addressing energy poverty.

A 2024 study, based on a survey of 196 Dutch energy communities conducted in 2023, revealed that 52% actively addressed energy poverty, primarily through energy advisory services, financial support, and minor efficiency interventions. Key obstacles included difficulty identifying and reaching vulnerable households, as well as a lack of human and financial capacity. This finding demonstrates a real potential, not a guaranteed outcome. Geographical proximity can facilitate contact with vulnerable situations that top-down policies struggle to reach. However, an energy community does not automatically possess the social expertise, financial reserves, or institutional tools needed to intervene effectively.

Energy poverty is not solved by simply onboarding a household into an REC. It requires dedicated access pathways, tailored support, and distribution schemes designed to reach those with fewer resources, even when they lack suitable property, investment capital, or time to commit to governance.

Within the European framework, a renewable energy community is defined as a legal entity based on open and voluntary participation, autonomous and effectively controlled by members located in proximity to the projects. Its primary purpose is to provide environmental, economic, or social community benefits for its members or the local area, rather than financial profits. While this definition sets a clear direction, it does not guarantee that benefits will materialize automatically, nor that they will be distributed equitably.

An REC is ultimately an organizational capability that must be proven over time.

A community can successfully boost shared self-consumption and generate economic returns without developing into a deeply cohesive social institution. This does not make it a failure. A primarily techno-economic configuration can be genuinely useful and achieve targeted goals. However, it becomes inadequate when it promises inclusion, redistribution, and civic participation without building the mechanisms needed to deliver them. It can share energy without sharing knowledge, distribute incentives without broadening decision-making capacity, and aggregate grid connection points while leaving social distances intact. The difference lies in the alignment between what an REC claims to be and what its governance actually enables.

Public buildings can also play a vital role. Schools, libraries, museums, municipal halls, and sports centers combine available roof space, useful demand profiles, and organizational capacity. Yet public involvement does not automatically make a project valuable. Technical utility, operational viability, and governance roles must be evaluated case by case. Furthermore, the same model takes on vastly different meanings in an urban neighborhood, an industrial park, a small town, or a rural region. Density, land ownership, load profiles, administrative capacity, available surface area, and modes of participation shift significantly across contexts.

While the technical setup may follow standardized rules, local territorial projects cannot be copied blindly. A utility bill isolates consumption, costs, and individual responsibility. An REC can re-connect them, but only if energy data is read alongside buildings, land uses, time, ownership, and real capacities for participation. In this sense, it can help foster a form of energy citizenship: not mere ownership of an asset, but the genuine ability to understand, debate, and shape the decisions through which energy, costs, and benefits are distributed.

An REC does not become a true community simply by sharing electrons virtually. It becomes a transformative territorial project when it makes the varied rhythms of production and demand legible, acknowledges the unequal capabilities of its members, and builds clear rules through which data, benefits, and responsibilities can be openly debated and adapted. Engineering measures the alignment of energy flows; the quality of governance determines who can understand them, who can shape decisions, and how their value is ultimately shared.

References

[1]: https://www.gse.it/servizi-per-te/autoconsumo/gruppi-di-autoconsumatori-e-comunita-di-energia-rinnovabile/corrispettivi-e-tariffa?utm_source=chatgpt.com “Corrispettivi e tariffa”

[2]: https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2214629624002846?utm_source=chatgpt.com “What is the role of energy communities in tackling …”

[3]: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/PDF/?uri=CELEX%3A32018L2001&utm_source=chatgpt.com “DIRECTIVE (EU) 2018/ 2001 OF THE EUROPEAN … – EUR-Lex”


Commenti

2 risposte a “Comunità energetiche rinnovabili: reti tecniche o reti sociali?”

  1. […] Questo articolo sviluppa la cornice teorica delineata in “Comunità energetiche rinnovabili: reti tecniche o reti sociali?“. Leggi l’analisi completa qui. […]

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