Il pubblico compatibile

Architettura dell’esclusione implicita e politica del welfare progettuale

The Compatible Audience

The Architecture of Implicit Exclusion and the Politics of Design Welfare

Framework

Il Journal è strutturato in dossier tematici che analizzano una stessa questione attraverso quattro prospettive: territoriale, museale, energetica e multidisciplinare. Questo articolo fa parte del dossier Pubblico e comunità e ne sviluppa la prospettiva multidisciplinare.

The Journal is structured into thematic dossiers that examine a given issue through four distinct lenses: territorial, curatorial, energy-related, and multidisciplinary. This article is part of the Publics and Communities dossier, expanding on its multidisciplinary perspective.

English version below

ITA

Ogni progetto presuppone un pubblico. Solo alcuni lo dichiarano. Quasi nessuno dichiara quale tipo di persona bisogna essere per attraversarlo senza attrito. Una piazza può essere accessibile e rendere difficile fermarsi senza consumare. Una mostra può rivolgersi a tutti e continuare a parlare soprattutto a chi possiede già i codici necessari per comprenderla. Una comunità energetica può essere formalmente aperta e risultare molto più praticabile per chi dispone di proprietà, capitale, competenze tecniche, tempo organizzativo e possibilità di modificare i propri consumi. In nessuno di questi casi l’esclusione deve essere esplicita. Il sistema non vieta necessariamente l’ingresso né dichiara di voler selezionare i propri destinatari. Viene semplicemente costruito intorno a un soggetto capace di adattarsi senza chiedere che le sue regole vengano spiegate, sostenute o ridiscusse. È questo il pubblico compatibile.

Il pubblico compatibile è il soggetto che possiede già le capacità richieste dal progetto. Comprende il linguaggio, rispetta i tempi, sostiene i costi, conosce le convenzioni e dispone delle risorse necessarie per partecipare. La sua esperienza appare naturale perché coincide con il modello implicito intorno al quale il sistema è stato costruito. Le condizioni che la rendono possibile restano così invisibili. L’idea astratta di pubblico nasce precisamente da questa rimozione. Parlare di “tutti” consente di evitare una domanda più scomoda: quali capacità vengono presupposte e quali vengono rese possibili?

Il pubblico astratto non è privo di caratteristiche. Possiede le caratteristiche che il progetto considera normali e che, proprio per questo, non ritiene necessario dichiarare. Ha tempo, mobilità, familiarità con le istituzioni, disponibilità economica, autonomia organizzativa, competenza linguistica e capacità di adattamento. Non incontra necessariamente tutte queste condizioni nello stesso momento, ma il sistema tende a comportarsi come se fossero universalmente disponibili.

Il pubblico compatibile non identifica, però, una categoria stabile di persone privilegiate. È una posizione relazionale.

Una persona può sentirsi pienamente competente dentro un museo e risultare fragile di fronte alle regole di una comunità energetica. Può disporre di capitale, ma non di tempo, di conoscenze tecniche, ma non della mobilità necessaria per abitare uno spazio. Può comprendere un sistema senza possedere alcun potere per modificarlo. Non esistono persone compatibili in assoluto. Esistono sistemi che, in un determinato momento, richiedono capacità distribuite in modo diseguale. Questo significa che il problema non consiste nell’eliminare ogni requisito. Nessun progetto può funzionare senza presupposti, codici o regole. Una mostra richiede attenzione e tempo. Una rete energetica richiede competenze tecniche, procedure e responsabilità. Uno spazio condiviso limita alcuni comportamenti per rendere compatibili usi differenti. Non ogni difficoltà è una barriera e non ogni attrito rappresenta un’esclusione. La questione è distinguere ciò che risulta indispensabile al funzionamento da ciò che deriva da convenzioni modificabili, abitudini istituzionali o semplificazioni progettuali. E soprattutto stabilire chi debba sostenere il costo necessario per superare quella soglia.

Un requisito tecnico può essere inevitabile. Non è inevitabile che ogni utente debba diventare autonomamente esperto per comprenderne le conseguenze. Un’opera può rimanere complessa. Non è necessario che l’istituzione trasformi il proprio linguaggio in un’ulteriore prova di adeguatezza. Uno spazio pubblico deve essere regolato. Non è inevitabile che la regolazione privilegi sistematicamente corpi veloci, produttivi e solventi. La qualità pubblica di un progetto dipende, quindi, dalla distribuzione delle capacità necessarie per utilizzarlo, interpretarlo e modificarlo. Questa distribuzione può essere osservata attraverso quattro possibilità: restare, comprendere, incidere e beneficiare.

Restare significa poter occupare tempo e spazio senza dover continuamente giustificare la propria presenza. Non soltanto attraversare, acquistare o partecipare a un’attività programmata, ma fermarsi, osservare, incontrare, riposare ed esitare. Uno spazio non è pienamente pubblico quando accoglie formalmente i corpi ma disciplina rigidamente il loro tempo, rendendo legittime soprattutto le presenze veloci, ordinate o economicamente produttive.

Comprendere non significa semplificare ogni contenuto né garantire una comprensione immediata. Significa non trasformare la complessità in un privilegio riservato a chi possiede già i codici. Un’istituzione rende la conoscenza accessibile quando offre strumenti per attraversarla senza neutralizzarla e permette che il non sapere sia un punto di partenza, non una mancanza personale da nascondere.

Incidere significa poter formulare domande, contestare regole, delegare, essere rappresentati e intervenire nei passaggi in cui una scelta produce conseguenze significative. Essere informati o consultati non equivale a possedere una reale possibilità di influenza. Un processo partecipativo rimane debole quando raccoglie opinioni senza chiarire quali decisioni possano effettivamente essere modificate.

Beneficiare non significa che tutti debbano ottenere lo stesso vantaggio. Significa rendere trasparente il modo in cui costi, opportunità, risorse e rischi vengono distribuiti. Un sistema può essere formalmente accessibile e concentrare comunque i propri effetti positivi su chi disponeva già delle condizioni migliori per utilizzarlo.

Restare, comprendere, incidere e beneficiare non corrispondono ciascuno a una disciplina, attraversano ogni progetto. Queste possibilità descrivono il funzionamento politico del progetto.

Una panchina, un testo di sala e un criterio di ripartizione dell’energia non sono oggetti equivalenti. Agiscono attraverso strumenti, responsabilità e conseguenze differenti. Possono però essere sottoposti alla stessa domanda: quale tipo di persona è necessario essere per usarli, comprenderli, contestarli o trarne beneficio?

La comparazione non cancella le differenze disciplinari. Serve a individuare un problema trasversale: la distribuzione delle capacità, che assume forme materiali, culturali, economiche e giuridiche diverse e richiede risposte specifiche. Il progetto, inoltre, non incontra semplicemente un pubblico già esistente, contribuisce a produrlo. Lo fa attraverso materiali, orari, linguaggi, dati, procedure, prezzi, comfort, incentivi e forme di partecipazione. Rende alcuni comportamenti immediati e altri faticosi. Alcune domande legittime e altre fuori luogo. Alcune presenze ordinarie e altre costantemente obbligate a dimostrare di avere diritto a esserci. Non può, però, controllare interamente gli usi e le interpretazioni che ne derivano. Le persone possono accettare, negoziare, forzare o contestare le condizioni previste. Una piazza può essere abitata in modi inattesi. Una mostra può produrre letture che l’istituzione non aveva anticipato. Una comunità energetica può essere modificata dalle richieste di nuovi membri o dalla contestazione delle sue regole.

Il pubblico reale emerge anche nell’attrito tra uso previsto e appropriazione concreta. Ma neppure l’appropriazione è automaticamente democratica. Un gruppo può trasformare uno spazio e contemporaneamente renderlo intimidatorio per altri. Una comunità può ampliare il comune oppure consolidare gerarchie già presenti. La contestazione può rendere visibile un’ingiustizia o difendere un vantaggio particolare. Il valore dell’appropriazione dipende quindi dalla possibilità di negoziare gli usi e rendere leggibili i rapporti di potere che li attraversano.

Il pubblico compatibile è una diagnosi. Il welfare progettuale è una possibile risposta. Non un welfare inteso come assistenza rivolta a categorie considerate fragili. Neppure un elemento sociale da aggiungere a un progetto già concluso. Il welfare progettuale è un criterio attraverso cui verificare se configurazioni spaziali, culturali e tecniche trasformino le disuguaglianze di partenza in condizioni permanenti di esclusione. Non sostituisce le politiche sociali, i trasferimenti economici, i servizi e le protezioni istituzionali. Mostra però che anche il progetto distribuisce capacità, costi di adattamento e possibilità di incidere. Può aggravare una disuguaglianza, renderla irrilevante rispetto a una determinata esperienza oppure contribuire a ridurne gli effetti.

Il welfare progettuale comincia rendendo visibili i prerequisiti. Quali conoscenze vengono date per acquisite? Quanto tempo richiede la partecipazione? Quali risorse economiche, fisiche e organizzative sono necessarie? Quali comportamenti vengono considerati normali? Chi deve assumersi il lavoro necessario per compensare ciò che il sistema non prevede?

Il secondo passaggio consiste nel distinguere i requisiti indispensabili da quelli contingenti. Alcune soglie proteggono sicurezza, qualità scientifica o funzionamento tecnico, altre sopravvivono perché nessuno ha mai messo in discussione il soggetto per il quale erano state originariamente progettate.

Il terzo passaggio riguarda la distribuzione del costo dell’accesso. Un sistema non può richiedere sempre agli individui di acquisire autonomamente tempo, competenze, mobilità e capitale per adattarsi. Quel costo può essere sostenuto attraverso dispositivi collettivi, risorse pubbliche, mediazione, accompagnamento, rappresentanza o semplificazione delle procedure.

Il quarto passaggio consiste nel rendere il sistema modificabile. Un progetto capace di welfare non è soltanto accessibile al momento dell’apertura. Prevede strumenti attraverso cui regole ed effetti possano essere verificati, contestati e corretti nel tempo.

Di fronte a una capacità disegualmente distribuita, il progetto può agire in almeno tre modi. Può rendere il requisito non necessario, eliminando una barriera fisica, economica o procedurale che non contribuisce realmente alla qualità del sistema. Può sostenere la costruzione della capacità, offrendo orientamento, mediazione, formazione, accesso ai dati o accompagnamento. Oppure può assumere direttamente la responsabilità, evitando di scaricare sull’utente compiti che spettano all’organizzazione: coordinare, tradurre, mantenere, correggere o compensare carenze strutturali. Una capacità può, quindi, essere resa non necessaria, costruita collettivamente oppure assunta dal progetto. Non deve essere automaticamente richiesta all’utente.

Questo non significa progettare per un pubblico indistinto. La formula “progettare per tutti” rischia di riprodurre la stessa astrazione che vorrebbe superare. Nessun progetto può rispondere simultaneamente e nello stesso modo a ogni necessità. Il punto non è cancellare le differenze, ma impedire che restino invisibili fino a trasformarsi in selezione.

Anche l’idea di comunità reale deve essere sottratta alla retorica. Le comunità non sono necessariamente coese, solidali o giuste. Sono attraversate da interessi incompatibili, gerarchie, asimmetrie economiche e capacità diseguali di esprimersi. Una comunità reale non è il luogo in cui le differenze scompaiono. È il luogo in cui devono smettere di essere invisibili. Renderle visibili, tuttavia, non basta. Un processo partecipativo può rafforzare chi dispone già di tempo, linguaggio, sicurezza e familiarità con le istituzioni. Ascoltare non è sufficiente quando le condizioni dell’ascolto sono diseguali.

Il welfare progettuale non può, quindi, coincidere con una benevolenza esercitata dall’alto. Sarebbe paternalistico immaginare il progettista come colui che identifica unilateralmente bisogni e fragilità per distribuire soluzioni a soggetti passivi. Ma sarebbe altrettanto irresponsabile limitarsi a registrare le posizioni espresse con maggiore forza. Il progettista non è il portavoce neutrale di una comunità né il soggetto che ne definisce autonomamente i bisogni. Ha la responsabilità di costruire dispositivi che rendano visibili posizioni diseguali, verificare quali voci rimangano escluse e assumere decisioni motivate, trasparenti e rivedibili.

La domanda decisiva non è semplicemente come rendere un progetto inclusivo. È quali capacità considera normali, chi le possiede già, quali risultano davvero indispensabili e chi sosterrà il costo necessario a costruire quelle mancanti.

Il pubblico compatibile non è una categoria di persone. È l’effetto di requisiti che il progetto rende invisibili. Il welfare progettuale comincia quando quei requisiti vengono dichiarati e sottoposti a verifica: quali possono essere eliminati, quali capacità devono essere sostenute e quali responsabilità non possono essere trasferite sugli utenti.

Il bene comune non nasce dall’apertura formale di uno spazio, di un’istituzione o di una rete. Nasce quando le regole possono essere comprese, contestate e modificate da soggetti che non sono costretti a diventare compatibili prima di poter partecipare.

ENG

Every project presupposes an audience. Only some declare it. Almost none declare what kind of person one must be to navigate it without friction. A public square can be accessible yet make it difficult to linger without consuming. An exhibition can address everyone while continuing to speak primarily to those who already possess the codes required to understand it. An energy community can be formally open yet prove far more viable for those with property, capital, technical skills, organizational time, and the flexibility to adjust their energy use. In none of these cases does exclusion need to be explicit. The system does not necessarily forbid entry or claim to select its recipients. It is simply built around a subject capable of adapting without asking for its rules to be explained, supported, or renegotiated. This is the compatible audience.

The compatible audience is the subject that already possesses the capacities required by the project. It understands the language, respects the timing, absorbs the costs, knows the conventions, and commands the resources necessary to participate. Its experience appears natural because it coincides with the implicit model around which the system was constructed. The conditions making that experience possible thus remain invisible. The abstract notion of “the public” arises precisely from this erasure. Speaking of “everyone” sidesteps a more uncomfortable question: which capacities are presupposed, and which are actually rendered possible?

The abstract audience is not devoid of attributes. It possesses the characteristics that the project considers normal and, for that very reason, feels no need to state. It has time, mobility, institutional familiarity, financial availability, organizational autonomy, linguistic competence, and adaptability. It may not meet all these conditions simultaneously, yet the system tends to operate as if they were universally available.

However, the compatible audience does not define a stable category of privileged individuals. It is a relational position.

A person may feel fully competent inside a museum and completely fragile facing the rules of an energy community. One might possess capital but lack time, or hold technical knowledge without the mobility required to inhabit a space. One can understand a system without holding any power to modify it. Absolutely compatible individuals do not exist. There are only systems that, at a given moment, demand unevenly distributed capacities. This implies that the core issue is not eliminating every requirement. No project can function without assumptions, codes, or rules. An exhibition requires attention and time. An energy network requires technical competencies, procedures, and accountability. A shared space restricts certain behaviors to render different uses compatible. Not every difficulty is a barrier, and not every friction constitutes exclusion. The task is to distinguish what is indispensable to functioning from what stems from alterable conventions, institutional habits, or design simplifications—and, above all, to establish who must bear the cost of crossing that threshold.

A technical requirement may be inevitable; it is not inevitable that every user must independently become an expert to grasp its consequences. An artwork can remain complex; it is not necessary for an institution to turn its language into a further test of adequacy. A public space must be regulated; it is not inevitable that regulation systematically privileges fast, productive, and solvent bodies. The public quality of a project depends, therefore, on the distribution of the capacities needed to use, interpret, and modify it. This distribution can be observed through four possibilities: remaining, understanding, influencing, and benefiting.

Remaining means being able to occupy time and space without continuously justifying one’s presence. Not merely passing through, purchasing, or attending a scheduled activity, but stopping, observing, meeting, resting, and hesitating. A space is not fully public when it formally welcomes bodies while rigidly disciplining their time, legitimizing primarily fast, orderly, or economically productive presences.

Understanding does not mean simplifying every content or guaranteeing immediate comprehension. It means not turning complexity into a privilege reserved for those who already hold the codes. An institution makes knowledge accessible when it provides tools to navigate complexity without neutralizing it, allowing non-knowing to be a starting point rather than a personal shortcoming to hide.

Influencing means being able to pose questions, contest rules, delegate, be represented, and intervene at points where choices produce significant consequences. Being informed or consulted is not equivalent to holding genuine leverage. A participatory process remains weak when it gathers opinions without clarifying which decisions can actually be altered.

Benefiting does not mean everyone receives identical advantages. It means making transparent how costs, opportunities, resources, and risks are distributed. A system can be formally accessible yet concentrate its positive effects on those who were already best positioned to leverage it.

Remaining, understanding, influencing, and benefiting do not each correspond to a single discipline; they traverse every project. These possibilities describe the political functioning of design.

A bench, a gallery text, and an energy allocation algorithm are not equivalent objects. They act through different tools, responsibilities, and consequences. Yet they can be subjected to the same question: what kind of person must one be to use them, understand them, contest them, or benefit from them?

This comparison does not erase disciplinary differences. It serves to identify a cross-cutting problem: the distribution of capacities, which assumes distinct material, cultural, economic, and legal forms and demands specific responses. Furthermore, a project does not simply encounter a pre-existing audience; it actively contributes to producing it. It does so through materials, schedules, languages, data, procedures, pricing, comfort, incentives, and frameworks for participation. It makes certain behaviors effortless and others arduous, certain questions legitimate and others out of place, certain presences ordinary and others constantly forced to prove their right to be there. Yet it cannot fully control the uses and interpretations that emerge. People can accept, negotiate, force, or contest the intended conditions. A square can be inhabited in unexpected ways; an exhibition can spark readings the institution never anticipated; an energy community can be altered by the demands of new members or the contesting of its rules.

The real audience emerges precisely within the friction between intended use and concrete appropriation. Yet appropriation itself is not automatically democratic. A group can transform a space while simultaneously making it intimidating for others. A community can expand the commons or consolidate existing hierarchies. Contestation can expose an injustice or defend a private advantage. The value of appropriation depends, therefore, on the possibility of negotiating uses and making legible the power relations running through them.

The compatible audience is a diagnosis; design welfare is a possible response. Not welfare understood as assistance directed at categories deemed fragile, nor as a social add-on tacked onto an already finished project. Design welfare is a criterion to verify whether spatial, cultural, and technical configurations transform initial inequalities into permanent conditions of exclusion. It does not replace social policies, economic transfers, services, or institutional protections. It demonstrates, however, that design itself distributes capacities, adaptation costs, and the agency to intervene. It can aggravate inequality, render it irrelevant to a specific experience, or help mitigate its effects.

Design welfare begins by making prerequisites visible. What knowledge is taken for granted? How much time does participation demand? What economic, physical, and organizational resources are required? What behaviors are deemed normal? Who is expected to absorb the labor required to compensate for what the system fails to provide?

The second step consists of distinguishing indispensable requirements from contingent ones. Some thresholds protect safety, scientific rigor, or technical operation; others survive simply because no one has questioned the subject for whom they were originally designed.

The third step concerns the distribution of the cost of access. A system cannot repeatedly demand that individuals independently acquire time, skills, mobility, and capital to adapt. That cost can be borne through collective mechanisms, public resources, mediation, support, representation, or the streamlining of procedures.

The fourth step consists of making the system modifiable. A project capable of welfare is not merely accessible at the moment of launch. It incorporates tools through which rules and outcomes can be audited, contested, and corrected over time.

Facing unevenly distributed capacities, design can act in at least three ways. It can render the requirement unnecessary by eliminating a physical, economic, or procedural barrier that contributes nothing to system quality. It can support capacity building by offering orientation, mediation, training, data access, or ongoing guidance. Or it can assume direct responsibility, refraining from offloading onto the user tasks that belong to the organization: coordinating, translating, maintaining, correcting, or compensating for structural shortfalls. A capacity can thus be rendered unnecessary, built collectively, or assumed by the project itself. It need not be automatically demanded of the user.

This does not imply designing for an indistinct public. The formula “designing for all” risks reproducing the very abstraction it seeks to overcome. No project can respond simultaneously and identically to every need. The point is not to erase differences, but to prevent them from remaining invisible until they solidify into selection.

Similarly, the concept of a real community must be stripped of rhetoric. Communities are not necessarily cohesive, solidary, or just. They are traversed by conflicting interests, hierarchies, economic asymmetries, and unequal capacities for expression. A real community is not a space where differences vanish; it is the space where they must cease to be invisible. Yet making them visible is insufficient. A participatory process can easily reinforce those who already possess time, fluency, confidence, and institutional familiarity. Listening is not enough when the conditions of listening are unequal.

Design welfare cannot, therefore, coincide with top-down benevolence. It would be paternalistic to imagine the designer as one who unilaterally identifies needs and fragilities to dispense solutions to passive subjects. Yet it would be equally irresponsible to merely record the loudest voices. The designer is neither a neutral spokesperson for a community nor an autonomous arbiter of its needs. The responsibility lies in building mechanisms that make unequal positions visible, verifying which voices remain excluded, and making reasoned, transparent, and reviewable decisions.

The decisive question is not simply how to render a project inclusive. It is: which capacities does it take for granted, who already possesses them, which are truly indispensable, and who will bear the cost required to build those that are missing?

The compatible audience is not a category of people; it is the effect of requirements that design keeps hidden. Design welfare begins when those requirements are declared and subjected to scrutiny: which can be eliminated, which capacities must be supported, and which responsibilities cannot be transferred onto users.

The common good does not arise from the formal opening of a space, an institution, or a network. It emerges when rules can be understood, contested, and modified by subjects who are not forced to become compatible before being allowed to participate.

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Terrtoriale/Territorial: “Lo spazio pubblico non è sempre pubblico: esperienza sociale, politica e simbolica / Public Space Is Not Always Public: Social, Political, and Symbolic Dimensions”

Museologico / Museological: “Il pubblico autorizzato / The Authorised Public”

Energetico/ Energy related: “Comunità energetiche rinnovabili: reti tecniche o reti sociali? / Renewable Energy Communities: Technical Networks or Social Networks?”